Ed Ted Warax osserva la megalopoli mentre emerge dalla notte dall’ultimo piano del suo grattacielo, nel cuore del quartiere finanziario. Le prime luci dell’alba rischiarano il catalogo aperto sulla sua scrivania, che mostra un impressionante campionario di devastanti bombe di ultima generazione e il drone-caccia, il suo ordigno preferito: un aereo senza pilota, controllato da una postazione remota, in grado di volare a 20.000 metri di altezza, sorvegliare un’area a 5.000 chilometri dalla base, seguire per 24 ore il nemico e colpirlo. Dall’alto del suo grattacielo Warax decide strategie, sceglie uomini in grado di pilotare la propaganda bellica, rimuove dai posti di potere quelli che ai suoi occhi appaiono troppo moderati, si appresta a manovrare l’informazione acquisendo media. L’uomo ha una consapevolezza profonda: l’Impero deve difendere le sue ricchezze dalle masse di miliardi di indigenti nel mondo; per farlo, ha bisogno della guerra. La guerra vera, la guerra come obiettivo, la guerra come motore della politica estera: per questo l’Impero deve poter contare su una superiorità militare, avvalersi di un complesso militare-industriale in grado di sviluppare armamenti di ultima generazione, disporre di un esercito senza punti deboli, come pietà e imprevedibilità, con la tecnologia a sostituire l’essere umano. Il magnate ha capito che l’armata ipertecnologica al servizio dell’Impero deve ricorrere a informazioni e a sistemi di guerra ibrida, asimmetrica. E già vede in quel sistema di guerra permanente il flusso ininterrotto di denaro che lo arricchirà sempre più, e lo renderà sempre più potente, sempre più letale…“Nessuno aveva il diritto di mettere in pericolo la pace mondiale. L’Impero soltanto, con le sue armi ultrasofisticate, la propria rettitudine e i suoi dirigenti, vera incarnazione del Bene, poteva condurre le operazioni distruttive necessarie alla pace senza perderne il controllo. E d’altra parte: la guerra contro il Male, condotta in nome del Bene, non era essa stessa innanzitutto un Bene che arricchiva naturalmente coloro che avevano la forza di condurla?”. Pavel Hak nasce in Cecoslovacchia nel 1962. Attraversa la “cortina di ferro” e ottiene asilo politico in Italia nel 1985. L’anno successivo si trasferisce in Francia, ove risiede attualmente; studia filosofia alla Sorbona di Parigi. Con il suo romanzo Trans si è aggiudicato il Prix Wepler nel 2006, riconoscimento attribuito a opere innovative in lingua francese. Cinque trame dovrebbero costituire l’ossatura di questo romanzo: le vicende di un gruppo di immigrati irregolari, scaltri e animati dalla ferocia della disperazione di chi fugge dalla fame verso la terra dei sogni e delle opportunità; le vicissitudini di un sopravvissuto a una catastrofe (nucleare?) in una landa desolata e devastata, ove persino il terreno appare carbonizzato; le peripezie di un ambizioso carrierista senza scrupoli e senza freni inibitori; le azioni e i pensieri di Ed Ted Warax, del suo capitalismo guerrafondaio e osceno; le azioni di un gruppo d’élite di incursori alla ricerca di basi nemiche e di armi di distruzione di massa, in una imprecisata capitale nemica nel corso delle fasi preliminari di una guerra. Trame che non confluiscono: al massimo si sfiorano, ma restano oggetti separati e frammentati, punti di vista su scenari del mondo e sugli individui. La scrittura diretta, cruda, non fa sconti: le scene di sesso e di violenza sono restituite con brutalità, senza alcuna edulcorazione; la società viene mostrata nella sua reale ferocia, con le sue intrinseche dinamiche basate su logiche di prevaricazione, dove i ruoli assegnati sono soprattutto quelli dei carnefici e delle vittime. Le scene di guerra e quelle che hanno per protagonisti i militari dell’unità d’élite che si infiltrano in territorio nemico riportano alla memoria scatti e filmati provenienti da scenari come quello del carcere di Abu Ghraib, nel corso della seconda guerra del Golfo, o le sequenze di Black Hawk Down, la pellicola firmata da Ridley Scott e basata sul saggio Falco Nero (Rizzoli) di Mark Bowden, sulla battaglia combattuta a Mogadiscio nel tentativo di catturare un signore della guerra somalo, che costò la vita a 18 membri delle unità speciali dell’esercito statunitense e a un numero imprecisato di miliziani somali (si stima circa mille). Al lettore è facile che risuonino echi di un altro scrittore che ha saputo restituire senza filtri la realtà spesso sordida di ciò che si muove dietro le narrazioni ufficiali: James Ellroy, nello specifico nella trilogia americana (American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio). Entrambi gli autori fanno della moltiplicazione dei punti di vista, dell’immersione nella realtà ultima del potere e di tutte le sue diramazioni - dai vertici, da coloro che agiscono sulle leve della Storia, all’impatto che questa ha sulla vita degli ultimi - i punti di forza delle loro trame. Ma Ellroy dà alla sua riscrittura noir della storia americana dagli anni Cinquanta agli anni Settanta l’intelaiatura robusta di una contronarrazione senza timori reverenziali, ed è abilissimo nel tratteggiare sfumature che restituiscono la complessità dei personaggi; Hak fa sfilare in scena una serie di protagonisti bidimensionali, stereotipi cristallizzati nelle loro maschere: Ed Ted Warax, il cinico industriale che vede nella guerra - necessaria a salvaguardare le sorti dell’Impero (e dei suoi affari) - il proprio orizzonte, e Preston, il carrierista sessuomane disposto a qualunque cosa per ottenere una fetta di potere, così come il gruppo di immigrati irregolari, si muovono in un Paese che non viene mai nominato, ma dietro cui è inevitabile scorgere la bandiera a stelle e strisce. Il non dare un nome al centro dell’Impero, lasciare i luoghi nell’indeterminatezza, sotto questa sorta di leggera cortina fumogena, finisce per togliere mordente allo scritto. Nell’epoca della cupa realizzazione di quella sorta di dottrina della guerra permanente preconizzata da George Orwell in 1984 dietro lo slogan del Partito “la guerra è pace”, il testo di Hak ha forse il suo difetto principale nel risultare fin troppo semplificativo, con uno scadimento nel grottesco che si accentua nei capitoli finali, arricchendosi di alcune imprecisioni non necessarie (“L’elettroencefalogramma iniziò a registrare il battito cardiaco”: un elettroencefalogramma registra l’attività cerebrale; per registrare l’attività cardiaca si usa un elettrocardiogramma). Si veda la scena in cui FD 21, il misterioso sopravvissuto al cataclisma che ha devastato per miglia il luogo ove si è svegliato, riesce a impacchettare in men che non si dica un cadavere “sotto il sedile a lato del conducente” del veicolo che sta usando per la sua fuga. O il gruppo di immigrati irregolari, identificato con il termine “il branco” dall’autore, che, facendo proprie le logiche di sfruttamento del sistema, mette in piedi un’impresa di sfruttamento di altri clandestini chiamata “Human Bodies Import”. In un’intervista rilasciata a “Le Monde” nel novembre 2009, in concomitanza con la pubblicazione dell’opera, Hak rivendica le scelte stilistiche: «Mi è stato fatto notare che questo romanzo sfugge a tutte le forme abituali di lettura. Nessuna narrazione chiara, né identificazione con i personaggi […] Si segue l’oggetto, tutto qui, e ciò richiede una lettura tutta sua […] Il lettore si abituerà. Non può fare altrimenti, ne ha bisogno: è il mondo in cui vive». Nell’epoca della metodica distruzione dell’ordine mondiale fondato sul multilateralismo e sul rispetto dei principi della rule of law emerso dopo il secondo conflitto mondiale, Warax appare come un esercizio di scrittura contemporanea respingente, a cui la forma stessa del romanzo sembra stare stretta, al contempo tristemente, disperatamente profetico.
Damiano de Tullio